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Addio, tecnologia statunitense! Come la Francia sta imponendo l'indipendenza digitale all'Europa

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Pubblicato il: 27 luglio 2026 / Aggiornato il: 27 luglio 2026 – Autore: Konrad Wolfenstein

Addio, tecnologia statunitense! Come la Francia sta imponendo l'indipendenza digitale all'Europa

Addio, tecnologia statunitense! Come la Francia sta imponendo l'indipendenza digitale all'Europa – Immagine: Xpert.Digital

Miliardi per Microsoft e altre aziende: perché le autorità europee stanno staccando la spina

Linux al posto di Windows: il piano rivoluzionario per l'IT delle pubbliche amministrazioni europee

La trappola di Schrems III: perché le nuvole statunitensi sono improvvisamente diventate un rischio per lo Stato

Le pubbliche amministrazioni europee sono intrappolate in una dipendenza costosa e altamente rischiosa: miliardi di euro affluiscono ogni anno a pochi giganti tecnologici extraeuropei per infrastrutture IT che, in caso di crisi, non possono essere controllate o gestite in modo indipendente. Mentre il concetto di "sovranità digitale" rimane spesso una frase vuota in politica, la Francia sta ora passando all'azione. Con una roadmap radicale che impone il passaggio a soluzioni open source entro il 2030 e il completo abbandono dei servizi cloud statunitensi, Parigi mira a porre fine al paternalismo tecnologico. Germania e UE stanno seguendo l'esempio con progetti come "openDesk" e nuove linee guida per gli appalti, ma i budget e la necessaria volontà politica rimangono ostacoli. Questa analisi esamina la tanto attesa liberazione dell'IT europeo ed esplora i motivi per cui l'open source ha da tempo cessato di essere una mera ideologia ed è diventato una necessità impellente in termini di politica economica e di sicurezza.

Vassallaggio con un clic: come l'Europa sta ipotecando il suo futuro digitale a terzi

Il prezzo della comodità: un conto da un miliardo di dollari senza alcun ritorno

Le pubbliche amministrazioni europee sono intrappolate in una dipendenza costosa e altamente rischiosa: miliardi di euro affluiscono ogni anno a pochi giganti tecnologici extraeuropei per infrastrutture IT che, in caso di crisi, non possono essere controllate o gestite in modo indipendente. Mentre il concetto di "sovranità digitale" rimane spesso una frase vuota in politica, la Francia sta ora passando all'azione. Con una roadmap radicale che impone il passaggio a soluzioni open source entro il 2030 e il completo abbandono dei servizi cloud statunitensi, Parigi mira a porre fine al paternalismo tecnologico. Germania e UE stanno seguendo l'esempio con progetti come "openDesk" e nuove linee guida per gli appalti, ma i budget e la necessaria volontà politica rimangono ostacoli. Questa analisi esamina la tanto attesa liberazione dell'IT europeo ed esplora i motivi per cui l'open source ha da tempo cessato di essere una mera ideologia ed è diventato una necessità impellente in termini di politica economica e di sicurezza.

Lo Stato francese spende circa 1,5 miliardi di euro all'anno in software sviluppati e controllati al di fuori dell'Europa. Questa cifra, che inizialmente può sembrare una semplice voce di bilancio, è in realtà un sintomo politico. Descrive una situazione in cui uno Stato sovrano si affida a infrastrutture per le sue funzioni essenziali – dall'amministrazione all'istruzione, fino alla sicurezza interna – che non controlla, non può monitorare e non può disattivare in caso di emergenza senza compromettere le proprie attività. La commissione parlamentare francese che ha calcolato questa somma ha scelto un termine raramente utilizzato nel dibattito politico, e proprio per questo motivo è significativo: vassallaggio. Il termine deriva dal feudalesimo e descrive un rapporto di dipendenza in cui la parte più debole deve fedeltà a quella più forte, in cambio di protezione e diritti di utilizzo che possono essere revocati in qualsiasi momento. Questa immagine riflette perfettamente la situazione attuale di molte amministrazioni europee nei confronti di alcune aziende tecnologiche extraeuropee.

Il comitato non si è limitato alla diagnosi, ma ha formulato 29 proposte concrete di contromisure. La più rilevante dal punto di vista politico prevede che, a partire dal 2030, il software open source diventi obbligatorio negli appalti pubblici in Francia. Inoltre, si intende ridurre l'uso di software proprietario per ufficio nelle scuole e nelle università – un ambito particolarmente delicato, poiché influenza le abitudini tecnologiche delle future generazioni. È improbabile che gli studenti cresciuti utilizzando esclusivamente un determinato ambiente software lo mettano in discussione da adulti. La Francia sta quindi cercando di imprimere una nuova direzione non solo alla gestione degli adulti, ma anche al sistema educativo stesso.

Dalla tigre sulla carta alla realtà degli appalti: la tabella di marcia concreta della Francia

La sovranità digitale viene spesso invocata nei discorsi politici, ma raramente si traduce in regole concrete per gli appalti. La Francia si distingue nettamente dalla retorica abituale in questo ambito, perché in un seminario interministeriale dell'aprile 2026 ha adottato una tabella di marcia tangibile per ridurre sistematicamente la sua dipendenza da fornitori IT extraeuropei. Un elemento centrale di questa tabella di marcia è la migrazione delle postazioni di lavoro governative da Windows a Linux: un passo tecnicamente complesso ma simbolicamente significativo, in quanto riconosce il sistema operativo come fondamento di ogni sovranità digitale. Inoltre, esiste una direttiva chiara con una scadenza precisa per tutti i ministeri: entro l'autunno del 2026, dovranno valutare sistematicamente le proprie dipendenze digitali e presentare piani concreti di migrazione e riduzione. Non si tratta di un vago impegno, ma di un compito assegnato con una scadenza e un obbligo di rendicontazione.

Parallelamente, la Francia sta sviluppando una propria piattaforma di collaborazione aperta per la pubblica amministrazione, nota come Suite numérique. Questa suite, chiamata anche LaSuite numérique, è sviluppata e gestita da DINUM, la Direzione Interministeriale per la Digitalizzazione, che risponde direttamente all'Ufficio del Primo Ministro ed è rilasciata con una licenza MIT aperta. L'obiettivo è fornire un'alternativa comparabile ai software per ufficio e ai pacchetti di collaborazione standard americani, con tutti i dati archiviati esclusivamente in Francia su un'infrastruttura certificata secondo il rigoroso standard di sicurezza nazionale SecNumCloud. La suite comprende attualmente sette componenti principali, tra cui un servizio di messaggistica crittografata con circa 600.000 utenti, una soluzione di videoconferenza, uno strumento di scrittura collaborativa, l'archiviazione cloud, un database senza codice, un servizio per il trasferimento di file di grandi dimensioni e un assistente basato sull'intelligenza artificiale e su un modello linguistico europeo. Da luglio 2025, il servizio di messaggistica è obbligatorio per tutti i ministeri: un chiaro segnale che non si tratta di un progetto pilota, ma di una priorità strategica vincolante.

La vera scintilla: una dichiarazione resa sotto giuramento che ha allarmato l'Europa

Il ritiro della Francia dai servizi cloud e di collaborazione americani è motivato non solo da ragioni tecniche, ma soprattutto legali. Nel giugno 2025, il direttore legale di Microsoft Francia ha testimoniato sotto giuramento davanti al Senato francese di non poter garantire che i dati dei cittadini francesi non sarebbero mai stati trasferiti alle autorità americane senza l'autorizzazione francese. Questa dichiarazione ha avuto una grande rilevanza perché ha rivelato una realtà giuridica che molti funzionari avevano precedentemente ignorato: il Cloud Act americano obbliga le aziende statunitensi a consegnare i dati alle autorità americane, indipendentemente da dove siano fisicamente archiviati nel mondo. Un data center europeo gestito da un fornitore americano, quindi, non garantisce automaticamente la protezione dall'accesso da parte degli Stati Uniti. Questa consapevolezza ha chiaramente agito da catalizzatore a Parigi, trasformando il dibattito sulla sovranità, fino ad allora piuttosto tecnocratico, in un'urgenza politica.

Questa fondamentale questione giuridica non riguarda solo la Francia, ma ogni Stato europeo che si affida a infrastrutture cloud extraeuropee. Spiega inoltre perché termini come Schrems II e l'imminente causa Schrems III stiano acquisendo sempre maggiore importanza negli ambienti giuridici, in quanto descrivono il dibattito legale in corso sulla compatibilità dei trasferimenti di dati verso gli Stati Uniti con il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) europeo. Un servizio soggetto fin dall'inizio esclusivamente al diritto europeo è completamente esente da questa persistente incertezza giuridica.

“Schrems III” – Di cosa tratta nello specifico

"Schrems III" si riferisce all'imminente terzo round della controversia intentata dall'attivista austriaco per la protezione dei dati Max Schrems sulla legalità dei trasferimenti di dati tra l'UE e gli Stati Uniti, dopo le cause già vinte contro Safe Harbor (Schrems I, 2015) e Privacy Shield (Schrems II, 2020).

Al centro della questione c'è l'attuale Quadro normativo UE-USA sulla protezione dei dati (DPF), il terzo tentativo della Commissione europea di creare una base giuridica solida per il trasferimento dei dati personali dei cittadini UE negli Stati Uniti. L'obiezione principale di Schrems rimane invariata: nonostante la nuova terminologia e gli aggiustamenti di facciata, il DPF non affronta il problema fondamentale, ovvero la possibilità per le agenzie di intelligence statunitensi di accedere ampiamente ai dati dei cittadini UE in base a leggi come la Sezione 702 del FISA e l'Ordine esecutivo 12333, senza che ciò sia conforme al principio di proporzionalità sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE.

Il meccanismo del mediatore come punto debole

Critiche sono state mosse anche al meccanismo di tutela legale dei soggetti interessati previsto dal DPF, costituito da un responsabile per i diritti civili (CLPO) e da un tribunale di revisione sulla protezione dei dati di recente istituzione. Dal punto di vista dell'organizzazione di Schrems, noyb, questo organismo non è un organo giurisdizionale realmente indipendente, poiché è stato istituito con decreto presidenziale e potrebbe essere facilmente abolito o modificato senza il coinvolgimento del legislatore statunitense.

La data di attivazione attuale è il 2026

La questione ha assunto nuova urgenza a seguito di una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che limita l'indipendenza della Federal Trade Commission (FTC), la quale svolge un ruolo cruciale nell'applicazione del Data Protection Fund (DPF). Secondo Schrems, i cambiamenti di personale presso il Privacy and Civil Liberties Oversight Board, l'organismo responsabile della supervisione, indeboliscono ulteriormente la già fragile indipendenza degli organi di regolamentazione.

Possibili conseguenze per le aziende

Qualora la Corte di giustizia europea dovesse ribaltare il Fondo per la protezione dei dati (DPF), come già accaduto per i due fondi precedenti, la decisione di adeguatezza sottostante diventerebbe immediatamente invalida, ostacolando significativamente l'esportazione di dati verso gli Stati Uniti. Ciò avrebbe un impatto particolare sui servizi cloud e di collaborazione più diffusi negli Stati Uniti, come Microsoft 365, Google Workspace, AWS, Salesforce, Slack e Zoom, il cui utilizzo diventerebbe ancora più discutibile di quanto non lo sia già in assenza di una solida base giuridica aggiuntiva. Proprio questa incertezza è uno dei motivi per cui la Francia, e sempre più anche la Germania, si affidano ad alternative a controllo europeo, come descritto nell'analisi precedente.

Tra principio e pragmatismo: perché l'open source non deve essere un'ideologia

Tuttavia, sarebbe una semplificazione eccessiva ridurre il dibattito a un semplice confronto tra software open source di qualità e software proprietario di scarsa qualità. L'open source non è fine a se stesso e non ogni soluzione proprietaria è automaticamente inferiore o pericolosa. Molti prodotti proprietari sono tecnicamente maturi, ben supportati e ineguagliabili in determinati casi d'uso. La questione cruciale non è se un software sia aperto o chiuso, ma chi detiene in ultima analisi il controllo sui dati, sul codice sorgente e sull'ulteriore sviluppo, e se tale controllo rimanga effettivamente all'utente in situazioni critiche, come tensioni geopolitiche o modifiche contrattuali unilaterali. È proprio per questo che il nuovo approccio in Francia, e sempre più anche a Bruxelles, formula un principio che va oltre la semplice preferenza: nei futuri appalti pubblici in ambito IT, gli standard aperti e le soluzioni open source dovrebbero essere la norma, e chiunque desideri discostarsi da questa regola deve giustificare la propria deviazione, e non viceversa. Questa inversione dell'onere della prova è il vero nucleo strutturale dell'iniziativa francese.

Questo modo di pensare è diffuso anche a livello europeo. Nel giugno 2026, la Commissione europea ha presentato un pacchetto sulla sovranità tecnologica europea che, oltre a una revisione del Chips Act e del Cloud and AI Development Act, include anche una strategia europea autonoma per l'open source, che lo considera uno strumento per ridurre la dipendenza tecnologica lungo l'intera infrastruttura tecnologica. Per gli appalti pubblici, un obiettivo è particolarmente centrale: le amministrazioni pubbliche aggiudicatrici dovrebbero agire esplicitamente come acquirenti di riferimento e co-creatori nell'ecosistema open source, e non più come semplici consumatori passivi di prodotti software finiti. Nello specifico, sono previste linee guida per garantire una valutazione equa delle offerte open source nelle procedure di appalto, nell'ottica di una prassi di gara favorevole all'open source.

 

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Sovranità digitale in Germania: tra strategie ambiziose e reale sottofinanziamento

La situazione transitoria della Germania: movimenti all'interno del sistema, ma nessun cambiamento del sistema

La Germania non è del tutto inattiva di fronte a questo sviluppo, ma il ritmo e l'impegno sono significativamente inferiori rispetto al modello francese. Nel marzo 2026, il Ministero federale per la digitalizzazione e i trasporti e l'associazione digitale Bitkom hanno concordato termini contrattuali standardizzati per l'acquisizione di software open source, i cosiddetti EVB-IT Open Source. Questi nuovi termini contrattuali rendono l'open source l'opzione standard nell'assegnazione di contratti di sviluppo software ed eliminano le incertezze legali che in precedenza ostacolavano l'utilizzo di soluzioni non proprietarie nella pubblica amministrazione. Inoltre, nell'aprile 2026, il Parlamento regionale della Bassa Sassonia ha approvato una mozione che impone il trasferimento completo della proprietà pubblica del software sviluppato per conto dello Stato, in modo che il settore pubblico possa continuare a sviluppare la soluzione in modo indipendente. Si tratta di un passo cruciale, perché senza questo trasferimento di proprietà, anche il software autofinanziato rimane in ultima analisi dipendente dal rispettivo fornitore.

Inoltre, la legge per accelerare l'aggiudicazione degli appalti pubblici è entrata in vigore il 1° luglio 2026. Sebbene il suo obiettivo principale sia la semplificazione delle procedure e la riduzione della burocrazia, contiene anche disposizioni rilevanti per la sovranità digitale. Se un'infrastruttura informatica è classificata come rilevante per la sicurezza, gli enti appaltanti pubblici possono ora aggiudicarla direttamente e scegliere esplicitamente fornitori europei o nazionali senza dover passare attraverso la consueta e lunga procedura di gara. Si tratta di uno strumento pragmatico, ma funziona solo se le amministrazioni pubbliche sono disposte a utilizzarlo attivamente – cosa che, viste le consolidate procedure di appalto e le preferenze personali dei singoli responsabili IT, non è affatto scontata.

A livello europeo, la Commissione ha presentato il Cloud Sovereignty Framework, un modello di valutazione che definisce otto obiettivi di sovranità – dall'integrazione strategica nell'UE e la sovranità dei dati alla sostenibilità – e li combina con cinque livelli di sicurezza. Questo framework consente di integrare la sovranità nelle procedure di appalto non solo come parola d'ordine politica, ma come criterio di aggiudicazione quantificabile. Per le amministrazioni aggiudicatrici tedesche, ciò offre punti di partenza concreti a quattro livelli: nelle specifiche, attraverso i requisiti di residenza dei dati e di divulgazione del codice sorgente; nei criteri di ammissibilità, attraverso le certificazioni di sicurezza richieste; nei criteri di aggiudicazione, attraverso l'integrazione di un punteggio di sovranità; e infine, nel principio di proporzionalità, secondo il quale requisiti di sovranità più elevati dovrebbero essere applicati solo a casi d'uso realmente critici per la sicurezza.

Le critiche delle associazioni di categoria: tra annuncio e sottofinanziamento

Nonostante questi progressi sulla carta, l'Open Source Business Alliance ha accusato il governo tedesco di non aver praticamente mantenuto le promesse chiave fatte nell'accordo di coalizione in merito alla promozione del software open source. L'associazione ha criticato il fatto che, nonostante gli investimenti record annunciati nel bilancio federale, l'open source e la sovranità digitale non abbiano avuto praticamente alcun ruolo nei progetti concreti del governo. Questa critica è stata particolarmente evidente nel caso del Centro per la Sovranità Digitale (ZenDiS), che, secondo le sue stesse dichiarazioni, necessitava di almeno 30 milioni di euro all'anno, ma a cui sono stati effettivamente stanziati solo circa 2,6 milioni di euro – una somma che, secondo l'associazione, è semplicemente troppo esigua per raggiungere gli obiettivi annunciati. L'Alleanza ha inoltre individuato un potenziale inespresso nella Legge sull'accelerazione degli appalti pubblici, poiché un chiaro requisito legale a favore dell'open source come opzione standard avrebbe rafforzato significativamente la posizione dei fornitori di servizi IT europei, ma tale requisito è assente nella legislazione vigente.

La Free Software Foundation Europe condivide questa valutazione e chiede al governo tedesco di garantire finanziamenti sicuri e a lungo termine per il software libero e le sue iniziative, come ZenDiS, e di dare costantemente priorità al software libero negli appalti pubblici; in caso contrario, la sovranità tecnologica rimarrà una mera dichiarazione d'intenti. Questa accusa tocca un nervo scoperto nella politica digitale tedesca: il problema raramente risiede nella mancanza di documenti strategici, dichiarazioni d'intenti o discussioni tra esperti, bensì nella mancanza di una traduzione coerente di questi documenti in risorse di bilancio, personale e pratiche di appalto vincolanti.

L'alternativa franco-tedesca: openDesk incontra LaSuite

Parallelamente alla Suite numérique francese, la Germania sta perseguendo un approccio strutturalmente simile con openDesk. Il Centro per la Sovranità Digitale, con un budget di circa 45 milioni di euro, ha sviluppato una suite che integra componenti open source esistenti come Nextcloud per l'archiviazione dei file, Collabora per le applicazioni d'ufficio, Open-Xchange per la posta elettronica, Element per la messaggistica, Jitsi per le videoconferenze e OpenProject per la gestione dei progetti. Circa 80.000 postazioni di lavoro sono già state migrate, tra cui 60.000 insegnanti nel Baden-Württemberg e membri delle Forze Armate tedesche, nell'ambito di un contratto pluriennale con il fornitore di servizi IT BWI. Ciò dimostra che una migrazione su larga scala è tecnicamente fattibile, a condizione che vi siano la volontà politica e le risorse necessarie.

È inoltre importante sottolineare che Germania e Francia collaborano nell'ambito di un accordo trilaterale dal febbraio 2024, al quale i Paesi Bassi hanno aderito nel dicembre 2024. Attraverso sprint di sviluppo congiunti a breve termine, noti come "100-Day Challenges", le autorità competenti di entrambi i paesi stanno sviluppando funzionalità condivise, come ad esempio una componente comune per la scrittura collaborativa. Questa cooperazione è strategicamente valida perché mette in comune le risorse e impedisce a ciascun paese di costruire una propria infrastruttura digitale, relativamente piccola, che difficilmente potrebbe competere con le dimensioni e la solidità finanziaria dei fornitori extraeuropei. Al primo vertice UE sulla sovranità digitale, tenutosi a Berlino nel novembre 2025, questa dimensione europea è stata ulteriormente sottolineata, tra l'altro, con l'annuncio di un consorzio europeo per le infrastrutture digitali destinate ai beni comuni digitali.

Anche a livello statale si registrano solide esperienze in tal senso. Lo Schleswig-Holstein, dal 2018, sta portando avanti una migrazione completa verso soluzioni open source e, secondo quanto dichiarato, ha risparmiato considerevoli costi di licenza, in parte grazie al passaggio di 40.000 account di posta elettronica da una piattaforma proprietaria a una soluzione open source. La Danimarca ha completato la migrazione a un sistema operativo open source e a una suite per ufficio open source entro il 2025. Entrambi gli esempi dimostrano che la transizione è concretamente fattibile, ma richiede in ogni caso un processo di trasformazione pluriennale con un notevole impegno nella gestione del cambiamento, ovvero nella formazione, nel supporto e nella motivazione dei dipendenti che dovranno abbandonare i loro strumenti abituali.

Perché il concetto di sovranità ripaga economicamente

La sovranità digitale viene spesso discussa nel dibattito pubblico principalmente come una questione di politica di sicurezza o di protezione dei dati, ma la sua dimensione economica è regolarmente sottovalutata. Quando uno Stato paga miliardi ogni anno per licenze a società con sede e soggette a tassazione al di fuori dell'Europa, questo capitale viene permanentemente sottratto al ciclo economico europeo anziché rafforzare lo sviluppo di software, l'occupazione e l'innovazione a livello nazionale. Ogni euro investito invece in fornitori di software open source europei, integratori di sistemi o progetti di sviluppo finanziati con fondi pubblici ma accessibili a tutti tende a rimanere all'interno dell'area economica nazionale o quantomeno europea e può essere reinvestito, ulteriormente sviluppato ed esportato. Questa logica di circolarità economica è un argomento fondamentale, sebbene spesso trascurato, a favore di una politica coerente di appalti open source che vada oltre il dibattito puramente legato alla sicurezza.

Un altro aspetto particolarmente rilevante per le aziende IT di medie dimensioni è il seguente: una prassi di appalto che privilegi i fornitori europei o nazionali e richieda standard aperti apre l'accesso al mercato, che rimarrebbe praticamente precluso se l'attenzione fosse rivolta esclusivamente alle consolidate multinazionali del software. I fornitori europei più piccoli raramente possono competere con i budget di marketing, i dipartimenti di lobbying e le strategie di bundling delle grandi aziende produttrici di piattaforme, ma possono competere in termini di competenza tecnica, a condizione che le norme sugli appalti offrano loro pari opportunità. Questo è precisamente il nucleo pratico del principio di una prassi di gara favorevole all'open source, attualmente in discussione a Bruxelles, un principio che non è solo ideologicamente motivato, ma anche fortemente dettato da ragioni di politica economica.

La realtà delle politiche di sicurezza: quando il software diventa un'arma geopolitica

La situazione geopolitica degli ultimi anni ha dimostrato che le dipendenze tecnologiche possono diventare strumenti di pressione politica in tempi di crisi. Sanzioni, controlli sulle esportazioni o improvvise risoluzioni contrattuali non sono più scenari puramente ipotetici, ma sono diventati strumenti concreti della politica di potenza internazionale. Uno Stato la cui intera amministrazione si basa su una manciata di piattaforme cloud e software extraeuropee verrebbe virtualmente paralizzato nel giro di pochi giorni in caso di blocco mirato dell'accesso, poiché né la comunicazione via e-mail, né la gestione dei documenti, né molte applicazioni specializzate funzionerebbero. Questa vulnerabilità non riguarda solo la Francia o la Germania, ma praticamente ogni Stato europeo in misura simile, e spiega perché il dibattito sulla sovranità si sia evoluto negli ultimi anni da una discussione accademica di nicchia a una questione centrale di politica di sicurezza.

È proprio per questo motivo che l'impegno della Francia a valutare sistematicamente le dipendenze digitali prima ancora di discutere della loro riduzione è metodologicamente valido. Non si può gestire un rischio che non si conosce, e molte amministrazioni pubbliche oggi non dispongono di sufficiente precisione per valutare in che misura singole applicazioni, canali di comunicazione o archivi di dati dipendano da specifici fornitori extraeuropei. Un inventario affidabile è quindi un prerequisito necessario per qualsiasi seria strategia di sovranità, indipendentemente dal fatto che il risultato finale sia una migrazione completa o una semplice diversificazione mirata del rischio.

Per dirla senza mezzi termini: ciò che conta sono la volontà, il budget e gli appalti

La sovranità digitale non si raggiunge attraverso documenti strategici, ma tramite decisioni concrete in materia di appalti, bilanci adeguatamente finanziati, competenze interne sviluppate e la volontà politica di cambiare realmente le strutture amministrative consolidate. Con la sua scadenza vincolante del 2030, la creazione di una propria piattaforma di collaborazione e la registrazione sistematica delle dipendenze digitali, la Francia ha stabilito un punto di riferimento rispetto al quale gli altri Stati europei devono confrontarsi. La Germania ha certamente fatto progressi con le sue nuove condizioni contrattuali per gli appalti open source, la legge sull'accelerazione degli appalti pubblici e il suo progetto openDesk, ma le continue critiche da parte delle associazioni di categoria in merito ai finanziamenti insufficienti per istituzioni chiave come ZenDiS dimostrano che permane un divario significativo tra gli annunci e l'effettiva attuazione.

La questione cruciale per i prossimi anni non è quindi se la sovranità digitale sia importante – su questo c'è ormai un ampio consenso – ma se la Germania e l'Europa siano disposte a barattare la convenienza a breve termine e i rapporti consolidati con i fornitori in cambio di un'indipendenza strategica a lungo termine. L'approccio francese dimostra che una tale trasformazione è possibile se si è disposti a fissare scadenze vincolanti, a invertire le regole degli appalti e a fornire le risorse necessarie. Con il Cloud Sovereignty Framework e la nuova strategia open source della Commissione europea, l'Europa dispone ora anche degli strumenti generali adeguati. Se questi strumenti verranno effettivamente utilizzati in modo coerente o finiranno di nuovo nel dimenticatoio, lo si scoprirà nelle future decisioni in materia di appalti, non in ulteriori documenti strategici.

 

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